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La chiesa della Morte ed i ritrovamenti sotto le logge

A seguito delle recenti notizie dei ritrovamenti archeologici avvenuti durante i lavori di rifacimento della pavimentazione del loggiato comunale, vogliamo dedicare un breve approfondimento per alcune precisazioni di carattere storico e, a seguire, alcune nostre osservazioni sulla vicenda.

La chiesa della Morte

La cosiddetta chiesa della Morte, o meglio di S. Maria del Mercato o di Piazza, occupava l’ultima parte del loggiato comunale e parte dell’area di Piazza Boccolino: si presentava con la facciata volta a oriente e l’abside attaccato alla parete orientale del Palazzo Comunale, cosicché la parete settentrionale della chiesa costituiva una continuazione della via che viene da piazza Rosselli.
La scomparsa della chiesa della Morte dal paesaggio urbano di Osimo è relativamente recente: essa risale, infatti, al momento della costruzione del loggiato, avvenuta nel 1866, che ne comportò la demolizione. Come riferisce il noto storico osimano don Carlo Grillantini nella sua “Storia di Osimo”, «sull’area dell’altare maggiore venne la prosecuzione delle Logge, e l’area rimanente fu selciata per ingrandire piazza Boccolino». Sempre secondo Grillantini la pavimentazione risalirebbe poi al 1933.
Tuttavia, dato che si è parlato di chiesa duecentesca, è opportuno fare alcune precisazioni. Quelle che sono state rinvenute sotto il loggiato dovrebbero essere le fondamenta della chiesa del ‘600, non della duecentesca chiesa di Santa Maria del Mercato che (come dice il Fanciulli negli “Antichi Riti della Cattedrale di Osimo”) stava invece tra la Fontana di Piazza e il Corso e fu demolita nel 1603, proprio dalla Confraternita della Morte. Quest’ultima, nel 1604, fece erigere a proprie spese la nuova chiesa nell’area delle ultime quattro arcate del Loggiato. La nuova chiesa di S. Maria del Mercato o della Morte sporgeva su Piazza Boccolino fino a trovarsi in linea col Vicolo Malagrampa, era di forma rettangolare con sette altari, aveva la facciata con tre porte verso la Piazza e l’Immagine della Madonna di Piazza era dipinta sopra la porta principale (che nel 1866 fu trasportata nel primo altare a sinistra della chiesa di S. Silvestro).

Un disegno della demolita chiesa della Morte

Un disegno della demolita chiesa della Morte

Affresco di S. Maria di Piazza (XVII secolo) ora conservato nella chiesa di S. Silvestro, a seguito della demolizione della chiesa della Morte

Affresco di S. Maria di Piazza (XVII secolo) ora conservato nella chiesa di S. Silvestro

Osservazioni

Attendiamo con trepidazione notizie dalla conferenza stampa che la Soprintendenza rilascerà a breve riguardo i risultati delle indagini sui livelli più antichi, inerenti alla fase romana e alla straordinaria scoperta di una statua femminile. Le informazioni che potranno essere tratte da questi scavi sono di importanza notevole per la conoscenza della storia della città, non essendo mai stata (a nostra conoscenza) l’area forense di Osimo indagata con saggi eseguiti stratigraficamente.

Questa vicenda non fa altro che confermare l’importanza dell’assistenza archeologica in tutti i lavori di scavo eseguiti nel centro storico come in tutte le aree a rischio archeologico.
In attesa di dettagli circa la valorizzazione dei ritrovamenti, una buona notizia è la collaborazione tra Comune e Soprintendenza per sfruttare l’occasione del rifacimento del pavimento del loggiato per indagare la più antica storia di Osimo.
Per quanto riguarda invece la diffusione nella nostra comunità della coscienza del patrimonio storico-archeologico della città, senza dubbio rimane ancora molta strada da fare. Esattamente 150 anni fa abbattevamo la chiesa della Morte e da allora siamo riusciti a “dimenticarla” per poi “riscoprirla” per ben due volte. La seconda “riscoperta” è cronaca di questi giorni, mentre la prima risale al 1955. Riportiamo di seguito un articolo pubblicato da Grillantini su Il Resto del Carlino nel 1955.

Importante rinvenimento archeologico ad Osimo

NEL SOTTOSUOLO DI PIAZZA BOCCOLINO LE FONDAMENTA DI UNA ANTICA CHIESA

I lavori di preparazione del sottofondo per la nuova pavimentazione di Piazza Boccolino vengono portando alla luce tracce di vecchie costruzioni. Tra queste, nei pressi dei Portici, le fondazioni della chiesa della Morte, ivi eretta nel 1604 e demolita nel 1866. Il nome di questa chiesa risveglia tanti ricordi storici che vale la pena di richiamare.
Era detta « della Morte » perché vi aveva sede e ne era proprietaria la Confraternita di questo nome, una Confraternita costituita di nobili, come le toscane Compagnie della Misericordia, e che ebbe fra gli altri iscritti i fratelli Campana (cui si deve il celebre Collegio omonimo) le cui salme giacevano in essa fino a che, al momento della demolizione furono trasferite nella Cappella del Collegio. In quella stessa Chiesa si seppellivano i giustiziati; e l’ultimo fu tale Damiani da’ Castelfidardo, che fu fucilato dagli austriaci il 1° ottobre 1850, quale feritore con arma da taglio di un compagno di gioco. E’ nella memoria dei più vecchi che, quando furono di passaggio le truppe piemontesi che si batterono a Castelfidardo (18 settembre 1860) a uno dei comandanti acquartieratisi nella Chiesa della Morte qualcuno riuscì a sottrarre un bariletto di monete d’argento e d’oro, facendolo scomparire dentro una di quelle stanzette sotto il pavimento che servivano per deporre i cadaveri. Una volta partiti i militari, un industriale bene informato si fece portare a casa quel bariletto da un ignaro operaio, cui — per colmo di sfregio — non diede nemmeno una mancia.
Altro ricordo ancora. Quando, passati alla demolizione, si vennero a scoperchiare le stanzette dei cadaveri, sotto la pietra di una di esse fu trovata seduta sul secondo gradino una donna morta nell’atto di forzare la pietra tombale per venire fuori, e che evidentemente era stata sepolta in stato di morte apparente.
Giova anche ricordare che sulla facciata meridionale di quella Chiesa c’era una bella Madonna affrescata, difesa contro le intemperie da un tettuccio. I nostri avi non ebbero l’animo di sciuparla, ma fatto risecare il muro, l’affresco fu trasferito nel primo altare a sinistra della Chiesa di S. Silvestro, e ivi posto in venerazione; una scritta lì presso ne indica la vecchia collocazione. E’ questa l’Immagine che i nostri padri chiamavano della «Madonna di Piazza» e che come opera d’arte non può dirsi di nessun conto.

Da «Il Resto del Carlino» (1955) – Carlo Grillantini

Bibliografia

Impariamo la lezione, rimaniamo vigili e mettiamoci del nostro: #maipiùexconsorzio

Dopo diversi mesi di inattività, vogliamo tornare ancora una volta sulla questione ex-consorzio, riflettendo sulle cause che hanno concorso a creare questa vicenda ed iniziando a guardare oltre. Riteniamo infatti che sia giunto il momento di imparare la lezione, rimanere vigili ed agire affinchè mai più si ripeta un altro ex-consorzio e gli stessi errori non tornino a danneggiare il nostro Territorio e la nostra Comunità.

Infatti, nonostante la sentenza del TAR, nonostante i passaggi in consiglio comunale e in provincia, mentre stiamo scrivendo il cantiere dell’ex-consorzio deve ancora ripartire e rimane ancora aperta la voragine in via Ungheria. Qualsiasi sarà il destino finale del sito e dei reperti archeologici (ancora fermi presso un magazzino del costruttore), molto tempo dovrà passare prima che la vicenda possa considerarsi conclusa.

Perché dunque questo appello “mai più ex-consorzio”? Perché crediamo che l’ex-consorzio non sia soltanto un fatto isolato e siamo convinti che i motivi che l’hanno causato possono generare nuovi mostri domani.

Per cominciare, non vorremmo tornare a vedere Amministrazioni comunali che fingono di ignorare le comunicazioni della Soprintendenza circa il rischio archeologico della città per poi giustificarsi dichiarando di non essere aggiornate in tema di pubblicazioni scientifiche ([1] [2]): le stesse amministrazioni che autorizzano le cementificazioni previste dal proprio Piano Regolatore e finiscono poi per parlare di atti dovuti piuttosto che di precise scelte politiche. Ci auguriamo che, la prossima volta, tutti gli schieramenti politici che si dichiarano contrari a cementificazioni continuino a portare avanti coerentemente il loro impegno, sin da subito e senza eccezioni.

Ci piacerebbe che il concetto di “rischio archeologico” venga riconoscuto da tutti i professionisti dell’edilizia, e che sia considerato parte integrante del rischio di impresa. Per questo vorremmo sentir parlare di adempimento di obblighi di legge che tutelano il patrimonio archeologico, e non di mecenatismo.

Affinché gli imprenditori siano consapevoli di tali rischi, è importante una collaborazione tra Amministrazione e Soprintendenza (nel caso in questione, ad esempio, le informazioni sul rischio archeologico della zona esistevano da almeno 70 anni, ma non sono state inserite nel Piano Regolatore). Ci piacerebbe quindi una Soprintendenza che, anche grazie al pieno supporto di tutta la comunità, sia capace di non rimanere schiacciata tra interessi politici ed interessi privati.

Ci piacerebbe, infine, che la cittadinanza prenda coscienza del patrimonio storico-archeologico del proprio territorio e che la prossima volta si mobiliti per proteggerlo organizzandosi meglio e soprattutto per tempo. Per quanto possa dispiacere dirlo, è evidente che per l’ex-consorzio molte iniziative sono arrivate tardi e non hanno inciso a sufficienza, in primis la nostra.  Occorre anche essere attenti al modo in cui le vicende ci vengono raccontate, perché questo influisce su come queste vengono percepite e ricordate. Accettare passivamente qualsiasi narrazione ci venga proposta può causare tanti danni quanti la vicenda stessa.

Impariamo dunque la lezione e rimaniamo vigili. Prendiamoci cura di questo territorio affinchè non si ripeta mai più un altro ex consorzio.

Naturalmente ci sono cose che vanno ben oltre quello che un gruppo di persone come il nostro può fare. Ci sono problemi ben più grandi di Osimo, la sua comunità e la sua amministrazione. Questo non significa però che nulla possa essere cambiato. Crediamo al contrario che qualcosa si possa fare e che chiunque abbia a cuore il proprio territorio possa contribuire, ciascuno secondo le proprie possibilità e capacità. Anche noi cercheremo di apportare un contributo e questa sarà l’idea principale che ispirerà una prossima iniziativa che abbiamo in cantiere. Se volete darci una mano, o saperne di più, scriveteci. Noi ci siamo e proveremo a metterci del nostro. Ci auguriamo di non rimanere soli.

#maipiùexconsorzio

[email protected]

Note:

[1] Comunicazione della Soprintendenza al Comune di Osimo (Febbraio 2006)
[2] C. Gobbi, Applicazione pratica al territorio della carta archeologica: il Comune di Osimo (2002)

L’icona del municipio è stata realizzata da Scott de Jonge, e le altre da Freepik. Le icone sono disponibili su www.flaticon.com e sono rilasciate con licenza CC BY 3.0.

Ex-consorzio un anno dopo: #cambiaosimo?

L’abbiamo già scritto in passato: quella dell’ex-consorzio è una vicenda complessa. Temi come urbanismo, sviluppo economico, partecipazione, archeologia, architettura e giustizia si sovrappongono, generando complessità e spesso confusione.

Se un anno fa la vicenda era già complessa di suo, oggi dopo il sequestro del cantiere, le accuse della magistratura, la sentenza del TAR e le istanze di dissequestro, la situazione non è certo migliorata. Oltretutto, recentemente si è tornati a parlare di ricorsi e possibili richieste di risarcimento del costruttore, temi strettamenti giuridici di cui abbiamo preferito non occuparci, tanto per mancanza di competenze nel tema, quanto per la scarsità di informazioni a disposizione. Ci siamo fatti una nostra opinione, basata però su indiscrezioni o informazioni parziali: scrivere un articolo a riguardo sarebbe poco serio oltre che estraneo allo stile con cui abbiamo deciso di gestire il nostro gruppo.

Ci troviamo di fronte ad una situazione terribilmente intricata a cui ammettiamo non sarà facile trovare una soluzione. È bene però ricordare che questo è dovuto ad un’autorizzazione a costruire ed ad un PRG che hanno permesso tutto ciò. Autorizzazioni e PRG che non piovono dal cielo ma che bensì sono figlie di politiche urbanistiche a nostro avviso sbagliate, in cui Partecipazione, Territorio e Comunità sono parole relegate ad un secondo piano; le stesse politiche, si noti bene, applicate spesso anche altrove, in provincia e regione, a livello nazionale ed internazionale.

Ex-consorzio un anno dopo: la situazione archeologica, vecchi dubbi senza risposta e nuove domande

Anche la situazione archeologica è figlia di anni di politiche urbanistiche sbagliate: PRG redatti senza tener conto del rischio archeologico del Territorio, autorizzazioni a costruire rilasciate senza adeguate garanzie archeologiche, hanno generato danni in tutto il territorio italiano. Ritrovarsi con una chiesa paleocristiana nel parcheggio di un centro commerciale sarebbe solo un esempio locale delle possibili conseguenze di tali politiche.

5 torri la scopertaA questo va aggiunta poi la peculiarità con cui l’intera vicenda è stata raccontata nei media dalla giunta comunale allora in carica. In primo luogo il tono da “scoperta”, come se l’intero progetto fosse stato originariamente concepito come uno scavo archeologico e non come un progetto edile autorizzato a muovere cospicue quantità di un terreno notoriamente a rischio archeologico. In secondo luogo, il “mecenatismo” attribuito al costruttore, che invece ha per legge l’onere di tutelare il bene sottoposto a vincolo archeologico. Tutto questo condito da dichiarazioni su sinergie pubblico-privato, a nostro avviso francamente fuori luogo.

Ad ogni modo, dal punto di vista archeologico la situazione è rimasta stabile dal sequestro ad oggi: i resti della chiesa paleocristiana rimangono sotto la tettoia costruita a protezione temporanea e il suo destino, così come quello dei reperti ritrovati durante lo scavo, è tanto incerto almeno quanto quello del cantiere.

vista dettaglio area variante 2 con piantaRimangono intatti e senza risposta i dubbi espressi mesi fa in un nostro articolo circa il progetto di valorizzazione dell’area archeologica. Dubbi a cui bisogna inoltre aggiungere la consapevolezza che se il progetto proseguisse così com’è, con le stesse caratteristiche e la stessa cubatura, i margini di miglioramento sarebbero ben ridotti.
Oltre alla chiesa paleocristiana, è bene ricordare anche i numerosi reperti ritrovati durante lo scavo archeologico: tali reperti attualmente si trovano presso un magazzino di proprietà del costruttore e, se nulla dovesse cambiare, il loro destino è quello di finire in un magazzino della Soprintendenza. Per questo ci domandiamo:

  • L’amministrazione comunale prevede di farsi carico dei reperti ritrovati durante lo scavo archeologico? Senz’altro potrebbe essere trovata una sede temporanea più consona dell’attuale.
  • Sarà possibile organizzare una mostra per esporre alla Cittadinanza quanto rinvenuto?
  • I reperti andranno ad impreziosire la sezione archeologica del Museo Civico della Città?

Oltretutto, vista la generale situazione di incertezza che avvolge l’intera vicenda, ci chiediamo:

  • per quanto tempo ancora la chiesa paleocristiana potrà essere adeguatamente protetta da una tettoia progettata per una situazione temporanea?
  • tra i reperti ritrovati durante lo scavo archeologico c’è anche un muro in opera quadrata (ovvero simile alle mura romane d’Osimo) smontato in attesa di essere rimontato nel centro commerciale. Che ne sarà di questo reperto se il cantiere non dovesse proseguire?

Ex-consorzio un anno dopo: #cambiaosimo?

Un anno fa parlavamo di un’amministrazione comunale sorda all’interesse della cittadinanza verso i ritrovamenti presso l’ex-consorzio. Un anno fa criticavamo un’amministrazione comunale che, anzichè rispondere alla domanda di partecipazione che veniva dalla comunità, preferiva decidere il futuro dell’area senza alcun coinvolgimento pubblico. Un anno fa l’amministrazione, anzichè presentare il progetto di tutela e valorizzazione dell’area in un incontro pubblico, decideva di ignorare l’evento e presentarsi direttamente ai media descrivendo il progetto come la migliore delle soluzioni possibili, nonchè l’unica.

Dopo una campagna elettorale vinta parlando di partecipazione e cambiamento, oggi Osimo ha un nuovo governo. Trarre conclusioni dopo poco più di 100 giorni di attività è ancora affrettato, dibattito ex consorziotuttavia a nostro avviso la vicenda ex-consorzio rappresenterà il banco di prova su cui si misurerà il cambiamento che questa nuova amministrazione vorrà portare.
La situazione è complessa? Ci sono decisioni difficili da prendere? Si inizi, perlomeno, rendendo la Cittadinanza partecipe spiegandole i dettagli. Presentarsi ancora una volta a decisioni già prese ed irrevocabili, perdipiù se davanti media e non di fronte alla cittadinanza, sarebbe solo la prova della continuità con l’amministrazione precendente.

“cambiamento” è una parola tanto ampia quanto, possibilmente, vuota: cambiare persone e parole d’ordine senza cambiare i meccanismi fondamentali con cui si gestiscono vicende complesse ed importanti come quella dell’ex-consorzio, significa cambiare ben poco.

Il PD e Pugnaloni un anno fa decidevano di “abbandonare” la vicenda evitando qualsiasi dichiarazione sul tema. Ora che il PD è maggioranza e Pugnaloni è Sindaco, il silenzio sulla vicenda inizia a farsi sempre più assordante: crediamo che continuare a far finta di nulla significherebbe seguire con la stessa politica della giunta precedente.

Al nuovo sindaco Pugnaloni ed al PD l’onere di dimostrare che #cambiaosimo sia qualcosa di più profondo di un hashtag, di una campagna comunicativa di successo e di una trovata per vincere le elezioni.

Monte Torto: dal ministero arrivano i fondi per il recupero

Dopo esserci occupati dello scavo dell’Ex-Consorzio e del Campetto dei Frati, vorremo far conoscere la situazione di Monte Torto, un’altra interessante area archeologica del territorio osimano, che versa purtroppo in condizioni di abbandono da ormai diversi anni.
Situata in località Case Nuove, l’area archeologica di Monte Torto ospita un prezioso esempio di impianto produttivo di età romana. Riportato alla luce svariati anni or sono, è ritornato, di fatto, ad essere inagibile in seguito alla grande nevicata del 2012 che ha gravemente danneggiato le coperture, rendendo impossibili le visite. Da allora, l’area giace in uno stato di abbandono.

Alcuni mesi or sono, a campagna elettorale avviata, abbiamo iniziato a raccogliere informazioni, ed avevamo già provveduto a redigere questo documento. Affinchè il tema potesse essere affrontato con serenità, per evitare strumentalizzazioni ed inutili polemiche, abbiamo preferito pubblicarlo solo ora che la campagna elettorale è terminata.

A poche ore dalla pubblicazione dell’articolo, siamo venuti a conoscenza di una campagna di sensibilizzazione per eleggere l’area archeologica di Monte Torto tra i luoghi del cuore FAI da salvare, a mezzo di un’apposita pagina facebook. Vista l’eccezionale contemporaneità dell’iniziativa con il nostro articolo, speriamo che quest ultimo possa rappresentare un contributo costruttivo al dibattito.

Monte Torto: cosa e dove

Per chi non conoscesse il sito, esso sorge sul versante meridionale del colle di Monte Torto, a Casenuove di Osimo. monte torto - zoom 0monte torto - zoom 1Gli scavi, effettuati fra il 1982 ed il 1995, hanno portato alla luce la pars fructuaria di una villa rustica romana, il cui nucleo più antico, di prima età imperiale, si articolava in una serie di ambienti adibiti alla lavorazione del vino e dell’olio

monte torto - zoom 2monte torto - zoom 3Si possono ancora osservare, particolarmente ben conservate, le basi circolari dei torchi realizzate in mattoncini con la tipica tecnica romana dell’opus spicatum, i lapides pedicini dove erano inseriti i montanti verticali del torchio a leva, alcune vasche di decantazione, oltre a vari grandi dolia interrati per la conservazione dei prodotti. Diversi manufatti ceramici venuti alla luce nel corso degli scavi sono ad oggi visibili nella sezione archeologica del Museo Civico di Osimo.

Monte Torto - 1 - 2 Giugno 2011Monte Torto - 2 - 2 Giugno 2011 Monte Torto - 4 - 2 Giugno 2011 Monte Torto - 5 - 2 Giugno 2011 Monte Torto - 6 - 2 Giugno 2011 Monte Torto - 3 - 2 Giugno 2011

Monte Torto: lo stato attuale

Forse non in molti conoscono le condizioni di degrado in cui versa attualmente l’area archeologica di Monte Torto, dopo che nel 2012 la grande nevicata ha provocato il crollo delle tettoie che ne proteggevano le strutture. Come è possibile vedere dalle foto, l’area è al momento in stato di abbandono, sommersa dalle erbacce, con le tettoie contorte, deformate dal peso della neve.
Monte Torto - 1 - 9 Febbraio 2014Monte Torto - 3 - 9 Febbraio 2014Monte Torto - 4 - 12 Aprile 2014

Monte Torto - 7 - 9 Febbraio 2014Monte Torto - 5 - 12 Aprile 2014

Monte Torto - 6 - 9 Febbraio 2014

I fondi per Monte Torto: il finanziamento ministeriale

Constatando lo stato di abbandono in cui versa il sito da ormai due anni, ci siamo rattristati, ma certo non più di tanto stupiti, ben conoscendo la cronica mancanza di fondi per i beni culturali che affligge il nostro Paese. È bene sottolineare, per fare chiarezza, che l’autorità competente in questo caso non sia il Comune di Osimo ma la Soprintendenza per i Beni Archeologici delle Marche.

finanziamento ministeriale montetortoCercando informazioni su Monte Torto ci siamo tuttavia imbattuti nel documento di programmazione ordinaria dei lavori pubblici del MiBACT (Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo). Il documento descrive la programmazione dei lavori pubblici approvati dal Ministero per il triennio 2013-2015 e il relativo finanziamento. Con nostra sopresa, leggiamo che è stato programmato un intervento di manutenzione straordinaria dell’area archeologica di Monte Torto finanziato con 40 mila euro per il 2013, 10 mila per il 2014 e 10 mila per il 2015. Questo ci ha spinto a informarci presso la Soprintendenza.

I fondi per Monte Torto: la parola alla Soprintendenza

Ci siamo dunque rivolti al nuovo funzionario archeologo responsabile per il territorio di Osimo, dott. Tommaso Casci Ceccacci, che ha recentemente sostituito il precedente funzionario Maurizio Landolfi, ora in pensione. Durante un colloquio avvenuto presso gli uffici della Soprintendenza lo scorso 23 Aprile, abbiamo così potuto ricevere i chiarimenti necessari. Ci viene spiegato che nonostante la situazione di pesanti tagli e di limitati fondi in cui versano le Soprintendenze in questo momento, è stato possibile, nonostante tutto, reperire nel 2013 dei fondi, da stanziare a partire dal 2014. Tali fondi permetteranno di riaprire al pubblico quantomeno una parte del sito. C’è stato inoltre confermato che è già stata attivata la procedura per avviare il recupero dell’area archeologica di Monte Torto e che, sebbene non esista ancora una data esatta, i lavori dovrebbero iniziare per l’autunno.

Monte Torto: un possibile ruolo per l’amministrazione comunale

Come sottolineato sopra, la gestione dell’area archeologica non è di competenza comunale. Tuttavia un’azione congiunta tra Amministrazione e Soprintendenza è possibile e auspicabile. Per fare questo la nuova Amministrazione dovrebbe seguire quanto più strettamente possibile la vicenda in modo che, quando la situazione sarà tornata alla normalità e le operazioni di ripristino saranno completate, sia possibile programmare in sinergia con la Soprintendenza delle azioni di sensibilizzazione e valorizzazione, ad esempio attraverso l’organizzazione di visite guidate, come già avvenuto in passato. Tagli dell’erba periodici potrebbero essere praticati dal Comune, a sostegno della Soprintendenza, purtroppo, suo malgrado, in ristrettezze economiche. Le visite guidate, per massimizzare l’efficienza potrebbero essere condotte in congiunzione con i tagli dell’erba.

Conclusioni

L’area archeologica di Monte Torto rappresenta uno degli esempi meglio preservati di impianto produttivo di età romana del centro Italia. E’ davvero un peccato ed un’occasione sprecata per la nostra città che essa versi in così pessime condizioni. Un tale sito è un potente richiamo turistico, in particolare data la vicinanza della moderna azienda vitivinicola: si crea così, quasi un effetto di dissolvenza tra la realtà produttiva di duemila anni fa e quella attuale, offrendo, come è già stato fatto in passato, lo sfondo ideale per tante iniziative che fondano Cultura, Storia ed Enogastronomia, altra espressione “culturale” del territorio.

E’ arrivato il momento, dopo due anni di attesa, che l’area archeologica di Monte Torto ritorni a far parlare di sé, e che Amministrazione e cittadini riprendano a dialogare affinché emerga una soluzione che riporti il sito ad uno stato di maggiore dignità.

Ci auguriamo che il nostro appello non cada nel vuoto e che tutti, cittadini, istituzioni locali e ministeriali, vogliano contribuire per Salvare questo pezzo di Storia di Osimo.

Dopo il sequestro, quale futuro per i reperti?

Come è ormai noto a tutti, il cantiere presso l’area dell’ex-consorzio, e con esso gli scavi archeologici, è stato sequestrato dai Carabinieri il 23 gennaio, su mandato della Procura di Ancona. E’ notizia di questi giorni la conferma del provvedimento da parte del Tribunale del riesame, che ha respinto la richiesta di dissequestro.
Subito dopo la sospensione dei lavori il costruttore ha fatto richiesta di poter riaprire il cantiere per mettere cantiere-fossa-chiesain sicurezza i resti archeologici, che si trovavano in una situazione di grave emergenza. Infatti, poco prima del sequestro era stata scavata un’ampia fossa proprio a ridosso delle rovine della chiesa, che in caso di pioggia avrebbe potuto pregiudicare la stabilità dell’intero sito [la foto al lato è stata scattata lo scorso 9 Febbraio].
Così, da lunedì 3 febbraio la Procura ha acconsentito a riaprire il cantiere e in questi giorni gli archeologi hanno sovrainteso i lavori di sistemazione.

Il nostro gruppo ha seguito le vicende di questi scavi fin da settembre, motivati dal desiderio di informare i cittadini di Osimo e dintorni sull’entità dei ritrovamenti archeologici. Pur se la questione attorno all’ex-consorzio ha fin dall’inizio scatenato polemiche a vari livelli (politico, commerciale, legale) gli articoli ed i report che abbiamo scritto si sono sempre concentrati esclusivamente sugli aspetti della tutela, e sulla responsabilità civile nei confronti del patrimonio culturale.
Per questo motivo, a differenza delle forze politiche di Osimo, desideriamo separare le questioni giudiziarie da quelle sullo stato del sito archeologico. Per lo stesso motivo abbiamo preferito aspettare che i facili entusiasmi si smorzassero prima di rendere pubblica la nostra posizione sulla situazione che si è venuta a creare dopo il sequestro.
Non commentiamo i motivi del sequestro: non siamo sufficientemente documentati al riguardo e la magistratura sta facendo il suo lavoro. Oltretutto, ricordiamo che ulteriori sviluppi legali sono previsti per il prossimo 20 di Marzo, giorno in cui è previsto il giudizio del TAR.

Prima considerazione: non c’è niente da festeggiare.

Il sequestro ha bloccato la costruzione del centro commerciale, ma purtroppo anche qualsiasi progetto di valorizzazione dell’area archeologica, introducendo molta incertezza circa il suo destino.
È quindi lecito chiedersi che fine farà la chiesa paleocristiana nel caso il cantiere dovesse essere fermato definitivamente.
La tettoia, che è recentemente stata approntata per proteggere i resti dalle intemperie, è solo una misura provvisoria e in assenza di adeguate opere di restauro e consolidamento, non basterà a salvaguardarne l’integrità a lungo termine.
Vogliamo esprimere qui la nostra estrema preoccupazione per il futuro del sito e chiediamo alle autorità competenti (Procura, Soprintendenza) di chiarire quali misure verranno prese nel caso di un prolungarsi, anche a tempo indeterminato, dei lavori.

Seconda considerazione: questa è un’occasione per ripensare alla valorizzazione del sito.

Nel casvista dettaglio area variante 2 con piantao il progetto di riqualificazione dell’area dovesse ripartire così com’è, il progetto di valorizzazione seguirà la famosa variante approvata lo scorso Ottobre. In un nostro articolo precedente abbiamo già descritto tale variante, tra l’altro documentando in dettaglio varie perplessità a cui è stato risposto con uno scarno comunicato di 45 parole.
Nel caso invece il progetto dovesse essere bloccato definitivamente dalla magistratura, ovviamente occorrerà trovare soluzioni alternative. Non c’è dubbio che anche in un simile scenario non faremo mancare il nostro contributo.

In ogni caso, qualunque sia il destino del cantiere, crediamo ci siano alcuni principi che un piano di valorizzazione del sito archeologico dovrebbe, seguire:

  • al sito dovrebbero essere garantite la massima visibilità e riconoscibilità, così come quanto più ampie possibili dovrebbero esserne l’accessibilità e la fruibilità.
  • il sito dovrebbe diventare un punto per lo sviluppo culturale dei cittadini e per la valorizzazione della città
  • dovrebbe essere redatto un apposito piano per la gestione e la manutenzione del sito
  • il sito dovrebbe essere svincolato da qualsiasi struttura commerciale ipoteticamente presente nell’area ex-consorzio, tanto nella gestione del bene che nella sua promozione

Lungi dal dettare “linee guida”, questi principi vogliono solo essere uno spunto per pensare a cosa significhi “valorizzazione” e quindi alimentare una discussione. Proprio l’incertezza sul futuro dell’area archeologica offre le condizioni ideali per un dibattito sul tema. Se il cantiere ripartirà, quanto discusso potrà evitare che le perplessità di oggi si trasformino nelle polemiche di domani. Se il cantiere non ripartirà, la discussione potrà essere la base di soluzioni alternative e condivise da tutta la cittadinanza.

Terza considerazione: non abbiamo fretta.

Riteniamo una buona notizia la decisione della procura di permettere la messa in sicurezza dei reperti: la loro tutela era senz’altro prioritaria.
Speriamo che la magistratura possa fare chiarezza in tempi ragionevoli. Nel frattempo, ci piacerebbe che il sequestro rappresentasse un’occasione per ripensare con più calma alla valorizzazione: per quanto ci riguarda, noi non abbiamo nessuna fretta di vedere i reperti in un parcheggio.

Emergenza rientrata: ora i reperti sembrerebbero protetti da una tettoia provvisoria

Un mese fa avevamo lanciato un allarme, ripreso dai principali giornali marchigiani, per le precarie condizioni in cui versavano i reperti archeologici, minacciati delle intemperie e dal ristagno d’acqua dovuto alle abbondanti piogge. In un articolo pubblicato sul Messaggero, il Soprintedente Maurizio Landolfi aveva risposto al nostro appello dichiarando che sarebbe stata presto realizzata una tettoia a protezione dei reperti.

Iniziamo l’anno con una buona notizia: rileviamo infatti con soddisfazione che il costruttore ha effettivamente predisposto la tettoia anticipata da Landolfi.

La tettoia provvisoria a protezione dei reperti

I reperti sembrerebbero ora protetti, in attesa che venga costruita la stanza adibita alla loro futura conservazione. Si è trattato di un piccolo ma importante sforzo, che speriamo permetterà di non sprecare il lavoro svolto in questi mesi dagli archeologi. Confidiamo che qualsiasi ulteriore opera provvisoria prevista a protezione dei reperti sia già stata realizzata o lo sarà al più presto.

Le dichiarazioni di Landolfi secondo cui la tettoia era già stata prevista, nonché la celerità con cui questa è stata poi realizzata, dimostrano che il nostro allarme era fondato. Rimaniamo quindi convinti della necessità della nostra opera di informazione affinchè l’attenzione e la partecipazione della cittadinanza rimanga alta.

La chiesa nel parcheggio. La conferma dai documenti ufficiali

La nuova variante al progetto di centro commerciale nell’area dell’ex-consorzio, di cui in questo report rendiamo disponibile la documentazione, provvede alla tutela della basilica paleocristiana ma, come argomentiamo di seguito, a nostro avviso non offre adeguate garanzie in merito alla sua valorizzazione.

Distinguiamo anzitutto tra i due termini: la tutela include la protezione e la conservazione dei beni culturali, ossia la prevenzione, le attività di manutenzione e restauro del bene. Nel nostro caso, questa include gli scavi archeologici nell’area dell’ex-consorzio e tutte le azioni necessarie per garantire l’integrità della chiesa. La valorizzazione invece mira a promuovere la conoscenza del patrimonio culturale e ad assicurare le migliori condizioni di utilizzazione e fruizione pubblica del patrimonio stesso (art. 3, 6, 29 del Codice dei beni culturali e del paesaggio, D.L. 42/2004).

1. La necessita’ della variante

L’autorizzazione al progetto di costruzione del centro commerciale risale al dicembre 2012. Nel giugno 2013, circa un mese dopo l’inizio dei lavori, vengono intrapresi gli scavi archeologici sotto la supervisione della Soprintendenza per i Beni Archeologici delle Marche. L’entità dei ritrovamenti, che includono la chiesa paleocristiana, varie tombe e molti reperti, viene anticipata dal dott. Maurizio Landolfi in una prima intervista.

A settembre 2013 la Soprintendenza inizia una serie di colloqui con il costruttore per chiedere una modifica del progetto originale. Tali colloqui si formalizzano nell’imposizione, ad ottobre 2013, di un vincolo archeologico sull’intera area della basilica, che rende pertanto obbligatoria la sua tutela [4]. Per legge la tutela può essere svolta (1) semplicemente rinterrando il bene culturale (e tutelandone così l’integrità) oppure (2) rendendolo fruibile. Di fatto la scelta tra queste due possibilità dipende dalla disponibilità a gestirlo da parte di un ente o un privato. Nel caso in questione la Soprintendenza ha optato per chiedere al costruttore di rendere il bene comunque fruibile, nella speranza che qualcuno provvederà alla sua gestione.

Infatti, come abbiamo dimostrato nel nostro precedente report, il vecchio progetto del centro commerciale era incompatibile con la tutela della basilica, perché questa si trova dove sarebbe stato costruito l’ingresso del sottoparcheggio. Così, anche grazie alla mobilitazione dei cittadini, tra settembre ed ottobre si arriva alla variante del progetto (vedi [5]), descritta in dettaglio della sezione successiva.

Note: una versione preliminare di tale variante prevedeva che la chiesa fosse sepolta sotto un tavolato di legno (vedi [1]), ma dopo un colloquio con la Soprintendenza è maturata la soluzione attuale [2]. Il progetto ha ricevuto il nulla osta della Soprintendenza il 7 ottobre [3] e l’autorizzazione comunale in data 25 ottobre [6].

2. Il progetto definitivo

Per descrivere il progetto definitivo, riportiamo le parole usate nella documentazione prodotta dalla F.lli Simonetti ed inviata al Comune di Osimo ed alla Soprintendenza (il sottolineato è nostro).

Tale conservazione ha determinato una modifica alla viabilità interna di accesso e di uscita al piano autorimesse, che il progetto autorizzato prevedeva proprio in corrispondenza di tali reperti archeologici, attraverso lo spostamento dell’ascensore e ad alcune modifiche strutturali.

(dalla Relazione illustrativa, vedi [1] )

[una soluzione] che prevede la realizzazione di un ambiente praticabile con le seguenti caratteristiche:

  • delimitazione dell’area di scavo con pareti in cartongesso nella parte sottostante il fabbricato da realizzare
  • copertura dell’area di scavo esterna al fabbricato con pannelli in rame o similari
  • ricambi d’aria con griglie di aerazione
  • accesso da una parte dell’ambiente autorimessa con pianerottolo in legno di mq 4 circa da realizzare all’interno dell’area di scavo
  • predisposizione impianto di illuminazione con apposito allaccio alla rete pubblica e relativo contature di consumo
  • tinteggiatura delle pareti in colore bianco

L’ambiente sarà realizzato in moto decoroso, arieggiato e con la predisposizione dell’impianto di illuminazione. La superficie dell’ambiente sarà di mq 179 […]

(dalle modifiche dopo colloquio con Soprintendenza, vedi [2] )

Riportiamo inoltre due tavole grafiche con la sezione dell’edificio e la pianta del livello che ospiterà i reperti.

pianta parcheggio variante 2sezione variante 2

 

3. Uno scenario reale

Con l’idea di rendere facilmente comprensibili le caratteristiche della variante approvata e come i reperti archeologici si integreranno nel contesto del nuovo centro commerciale, abbiamo effettuato alcune elaborazioni grafiche della pianta del progetto.

Sono stati evidenziati con colori alcuni elementi che riteniamo centrali: le dimensioni dei reperti, le pareti in cartongesso che separano il parcheggio dall’area archeologica, i pannelli in rame che andranno a coprire l’area esterna alla struttura, la viabilità interna del parcheggio, i posti auto, il pannello illustrativo, i piloni e l’ascensore.

Inoltre, utilizzando modelli di automobile e persone nella stessa scala della pianta, abbiamo  riprodotto uno scenario plausibile di fruizione in cui un gruppo di persone voglia visitare i reperti archeologici durante il normale orario di attività del centro commerciale.

pianta variante 2 in contestoRiportiamo inoltre alcune immagini per comprendere come il progetto si inserirà nel contesto cittadino.

vista dettaglio area variante 2 con piantavista globale variante 2 con pianta

4. Considerazioni

Sottolineiamo ora alcuni aspetti che a nostro parere suscitano perplessità sulla qualità della soluzione prevista. Ci auguriamo che a lavori conclusi le considerazioni seguenti (che si basano sulla documentazione a cui si fa riferimento nel nulla osta della Soprintendenza [5] e nell’autorizzazione comunale [6]) vengano smentite dai fatti.

  • La chiesa è costretta in un locale chiuso e senza vetri, con una porta di ingresso di 80-90cm, larghezza che ci sembra del tutto inadeguata per un accesso pubblico ad un bene culturale.
  • I reperti sembrano “asfissiati” dalle pareti: per quanto l’area sottoposta a tutela sia rispettata, le pareti delineano il minimo spazio utile a contenere il bene. Inoltre, parte dell’ascensore e 3 piloni sono direttamente inseriti nell’ambiente previsto per la tutela.
  • Il bene non sembra facilmente riconoscibile dall’esterno, sia per la mancanza di vetri alle pareti, sia per la disposizione dei pannelli in rame. Riteniamo che predisporre un pannello didattico sulla parete esterna dell’edificio non sia una soluzione sufficiente a compensare una scelta progettuale incorretta.
  • Il locale potrebbe non essere facilmente accessibile al pubblico: dalla nostra rielaborazione si comprende che scenari quali una scolaresca in visita implicherebbero un conflitto tra la sicurezza del pubblico e la viabilità interna del parcheggio. Sembrerebbe quasi che l’accesso degli autoveicoli sia più curato di quello delle persone.

 A nostro parere, quindi, il progetto presenta tre criticità fondamentali:

  1.  La chiesa avrebbe una scarsissima visibilità rispetto ai visitatori “di passaggio”, come quelli che si recano al centro commerciale o verso l’area del San Carlo.
  2. Riteniamo che valorizzare e conferire la dovuta dignità ad un bene della città sia altra cosa da confinarlo in un’area chiusa e di difficile accesso, per di più inserita in un parcheggio di un centro commerciale.
  3. A nostro parere il progetto limita in partenza future politiche di valorizzazione e musealizzazione. Per quanto queste politiche competono all’amministrazione pubblica, è proprio il progetto che può renderle o meno praticabili: basti pensare ad esempio ad un gruppo di studenti in visita, costretti ad entrare in pochi per volta.

5. Domande aperte e conclusioni

Rimangono quindi ancora insolute le seguenti questioni:

  • Qual è lo scopo per cui è stato progettato l’ambiente? Più che per il libero accesso al pubblico, lo spazio sembrerebbe pensato per accessi puntuali ed in gruppi ridotti di persone. Come farà un semplice cittadino ad accedere all’area tutelata? Dovrà recarsi in Comune per chiedere la chiave?
  • Dove si trova l’aula didattica-museale con pannelli illustrativi di cui parla il comunicato dell’Amministrazione comunale? Probabilmente sarà prevista in altri piani della struttura, ma un ambiente attiguo o addirittura integrato all’area degli scavi avrebbe senz’altro contribuito alla qualità della soluzione.
  • Esistono progetti per la manutenzione e la gestione del bene? Al momento non e’ stata presentata da parte dell’Amministrazione alcuna iniziativa di valorizzazione, né è stata manifestata l’intenzione di voler perseguire tale intento. Le uniche dichiarazioni sull’orientamento dell’Amministrazione sono quelle rilasciate dal sindaco Simoncini al servizio del Tg2 del 27/10/2013.  Alla domanda “Ma chi si occuperà della manutenzione culturale?” il sindaco demanda la responsabilità della gestione e valorizzazione alle associazioni culturali presenti sul territorio, e quindi al volontariato a costo zero. Ci spiace constatare che il Comune abbia finora deciso di non onorare un impegno che e’ proprio di una istituzione pubblica. Un impegno piccolo, economicamente risibile, eppure fondamentale, che non può reggersi sul lavoro intellettuale gratuito dell’associazionismo.

In conclusione, senza dubbio la tutela della chiesa è garantita. Crediamo però che il problema della sua valorizzazione presente e futura non sia stato affrontato in modo convincente.  Ci auguriamo pertanto che l’amministrazione comunale provveda al più presto ad organizzare un incontro pubblico per presentare i dettagli del progetto approvato e sciogliere tutti i dubbi sull’effettiva valorizzazione dei reperti.

Documentazione ufficiale

Questo articolo fa riferimento esclusivamente a documenti pubblici del Comune di Osimo, a cui Argentina Severini (consigliere comunale del gruppo Pe.Li.De.), che ringraziamo per la collaborazione, ci ha gentilmente permesso di accedere.
Di seguito riportiamo una copia PDF della documentazione cartacea. Nel caso del progetto definitivo, riportiamo un estratto con gli elementi che consideriamo salienti.

[1] Relazione illustrativa (13/09/2013)
[2] Modifiche dopo colloquio con soprintendenza (25/09/2013)
[3] Nulla osta della soprintendenza (07/10/2013)
[4] Avvio della dichiarazione dell’interesse culturale (08/10/2013)
[5] Estratto del progetto definitivo (15/10/2013)
[6] Autorizzazione comunale (23/10/2013)

Tavola rotonda scavi ex-consorzio (Audio completo)

dibattito ex-consorzioVenerdì 18 ottobre abbiamo partecipato alla tavola rotonda intitolata “La nostra storia”, organizzata da alcuni cittadini di Osimo per fare chiarezza sul tema dei ritrovamenti archeologici nell’area dell’ex-consorzio. La serata ha visto la partecipazione di oltre 200 persone, a testimoniare l’interesse su questo tema da lungo dibattuto in città. Assenti illustri sono stati il Sindaco di Osimo e l’assessore alla cultura, più volte evocati dalle molteplici domande dei cittadini, rimaste purtroppo senza risposta.

Di seguito è disponibile la registrazione integrale dell’incontro, suddivisa per intervento.

 

Introduzione. Tavola rotonda – Introduzione

La moderazione dell’incontro è affidata a Roberto Mosca, che ha introdotto i relatori.

 

1) Maurizio Landolfi. Tavola rotonda – Maurizio Landolfi (Soprintendenza)

La tavola rotonda è stata aperta da una relazione di Maurizio Landolfi, archeologo della Soprintendenza per i Beni Archeologici delle Marche, nella quale ha descritto i ritrovamenti emersi duranti gli scavi ed ha mostrato alcune immagini dei resti della chiesa paleocristiana, probabilmente una basilica cimiteriale per la presenza al suo interno e nelle immediate vicinanze di sepolture alla cappuccina. Landolfi ipotizza che la chiesa, di cui sottolinea la tecnica costruttiva romana con fondazioni in opus spicatum e alzato realizzato con tegole ad alette, possa essere identificata in S. Donato alle Lame, basilica citata nel Codice Bavaro (una raccolta, compilata intorno al X secolo, di documenti del VII-X secolo). I ritrovamenti, afferma Landolfi, includono non soltanto la basilica (che al momento sarebbe così la più antica chiesa di Osimo), ma anche un tratto di una strada romana e almeno 7 fossi in cui sono stati rinvenuti moltissimi materiali, soprattutto di età romana. Questi ultimi, seppur non tutti di elevatissimo spessore artistico, costituiscono una testimonianza storica di inestimabile valore.

 

2) Associazioni. Tavola rotonda – Associazioni (Archeoclub & Italia Nostra)

Gli interventi di Archeoclub ed Italia Nostra si sono concentrati rispettivamente nell’invito a collaborare con l’associazione, e nella presentazione di immagini che mostravano l’altezza delle abitazioni di Osimo rispetto a quella del futuro centro commerciale, suggerendo implicitamente che quest’ultimo avrà un elevato impatto sul paesaggio urbano sulla città.

 

3) Roberto Mosca. Tavola rotonda – Roberto Mosca

Roberto Mosca ha portato il dibattito sull’analisi storica riguardo l’identità della chiesa rinvenuta, ritenendo che si tratti della chiesa di S. Andrea del Filello e non, come sostiene il dott. Landolfi, di quella di S. Donato alle Lame. La discussione viene argomentata con il supporto di alcune immagini dell’area dall’alto (tra cui l’immagine da noi prodotta, che delinea la pianta della chiesa, e disponibile nel nostro report) e di piante di Osimo, prodotte in collaborazione con Italia Nostra, prodotte a partire da mappe di un incisore olandese del XVII secolo.

 

4) Massimo Morroni.Tavola rotonda – Massimo Morroni

Nell’ultimo intervento della tavola rotonda, Massimo Morroni approfondisce l’analisi dell’attribuzione dei resti della chiesa, portando il numero delle possibili identificazioni a 7, illustrandone le ipotetiche ubicazioni tramite l’ausilio di mappe storiche. Secondo Morroni sia l’identificazione con la chiesa di S. Andrea del Filello che con quella di S. Donato alle Lame pongono dei problemi di ordine topografico: la prima sarebbe da posizionarsi più nei pressi dell’antica via della Marcelletta mentre per la seconda, il toponimo Lame o Lamaticci sarebbe da riferire ad una zona distante almeno 500 m da quella del ritrovamento. A questo proposito il dott. Landolfi fa notare che l’area di pertinenza del toponimo antico potrebbe non coincidere perfettamente con quella dell’attuale ed è possibile che nel IX secolo l’area delle Lame comprendesse una zona più ampia, come la presenza di molti antichi fossi nell’area degli scavi lascerebbe supporre (il termine lame o lamaticci indicherebbe un terreno soggetto a frane e dilavamento). La chiesa che dalle carte sembra coincidere geograficamente di più con i ritrovamenti sarebbe quella di S. Maria dell’Olivo, la cui edificazione tuttavia, come Morroni fa notare, non sarebbe anteriore al XVI secolo, periodo certamente non compatibile con le informazioni che le evidenze archeologiche forniscono. Ultima suggestiva ipotesi è che possa trattarsi del famoso ìερòν (hieron) che secondo il racconto di Procopio (II, 26) sorgeva nei pressi di Osimo. La cronologia di tale identificazione coinciderebbe perfettamente con quella che emerge dalla tecnica muraria dei resti della chiesa e dalla tipologia delle sepolture rinvenute. Anche qui però si porrebbero alcuni problemi perché fino ad oggi lo ìερòν era stato identificato con la Chiesa dei SS. Martiri detta anche del Crocifisso in Via Roncisvalle. 

 

Conclusioni. Tavola rotonda – Conclusioni

Le conclusioni dell’incontro vengono lasciate a Landolfi, il quale si dice soddisfatto della folta partecipazione della cittadinanza e sottolinea come la Soprintendenza, agendo in sinergia con la proprietà del cantiere, abbia fatto tutto il necessario perché ogni emergenza archeologica dell’area fosse accuratamente documentata e conservata.

 

Dibattito. Tavola rotonda – Dibattito

Durante il dibattito pubblico diversi cittadini hanno preso la parola per formulare domande al dott. Landolfi, o per esprimere perplessità nei confronti del progetto di centro commerciale e richiedere una maggior discussione pubblica. Dopo alcune domande tecniche, nel primo dei nostri interventi (minuto 7:10), che si è svolto alla presenza del dott. Landolfi, abbiamo fatto notare l’assenza dell’Amministrazione, che per mesi ha tenuto all’oscuro la cittadinanza sull’importanza dei ritrovamenti e sulle (eventuali) strategie di tutela che intendeva perseguire. Landolfi ha sottolineato la correttezza del lavoro svolto dalla Soprintendenza, e ci ha invitati a proseguire a fare da sprone nei confronti del Comune.

Un consigliere di maggioranza, subito dopo il nostro intervento, si è seduto tra i relatori, senza però intervenire sulle questioni che erano state da noi sollevate. Gli interventi successivi hanno stigmatizzato il progetto di valorizzazione presentata di concerto da Soprintendenza e Amministrazione come pessima dal punto di vista urbanistico, mentre altri hanno manifestato perplessità nei confronti della necessità di un ulteriore centro commerciale e avanzato preoccupazioni rispetto al progetto di conservazione dei resti nel contesto dello stesso centro, avanzando anche ipotesi di esproprio del terreno.

Nel nostro secondo intervento (minuto 41:48) abbiamo dichiarato che continueremo a seguire da vicino e con attenzione tutte le procedure di conservazione del sito e dei reperti, per accertarci che l’Amministrazione tenga fede a quanto pubblicato sulla stampa. Abbiamo quindi invitato tutta la cittadinanza a consultare il nostro sito web, in cui tutto il materiale disponibile sul tema verrà pubblicato.
Infine, nel terzo intervento (minuto 46:40) abbiamo mostrato che il caso di Osimo non è certo il primo in Italia in cui dei resti archeologici vengono rinvenuti durante i lavori per la costruzione di edifici (ad esempio, Sesto Fiorentino ed Avezzano). Quei casi, a cui possiamo guardare come esempi, dimostrano che la presenza di attività commerciali può essere coniugata con un’efficace valorizzazione e musealizzazione dei reperti.