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Distruzione, memoria e riscatto: la reazione al terremoto di un marchigiano emigrato

[I terribili avvenimenti di questi giorni hanno in qualche modo colpito tutti. Di certo, in maniera incomparabilmente maggiore hanno colpito chi ha subito danni materiali, perdendo la casa e i propri beni.
Nei piccoli borghi medievali devastati dal terremoto, in questa fragile terra di mezzo racchiusa tra i monti, sentiamo però che la perdita individuale è anche una perdita collettiva. Quelle case di pietra, quei borghi, quei campanili che disegnano la geografia di questa regione da centinaia di anni sono infatti la parte più viva del patrimonio storico-artistico del nostro Territorio. Proprio perché quei luoghi sono di tutti crediamo che la ferita che si è aperta con questo terremoto la possiamo richiudere soltanto insieme. Per questo motivo, in attesa che l’entità dei danni provocati dal sisma venga valutata, invece di un articolo di analisi, che sarebbe prematuro, diamo spazio alla toccante testimonianza del nostro amico Andrea Claudi in merito al crollo della chiesa di Santa Maria in Pantano, piccolo gioiello romanico situato ai piedi del Vettore. Andrea, ingegnere informatico, vive a Milano da alcuni anni ma è originario di Monsampietro Morico, comune del fermano fortemente colpito dal sisma.
Come lui, siamo convinti che ce la faremo.
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di Andrea Claudi

A Santa Maria in Pantano sono stato tanti anni fa, arrivando a piedi da Vallegrascia. Di quella giornata ricordo il caldo, la sete, la fatica di salire a piedi per i tornanti di un sentiero ripido, scartando pietre, radici, ghiaia. Ricordo il silenzio del bosco la mattina presto, rotto soltanto dal canto degli uccelli. E ricordo la luce piena all’arrivo nella spianata di fronte alla chiesa, e l’acqua fresca della fontana vicina. Una di quelle giornate che così, senza un motivo preciso, ti rimangono nell’anima e formano un pezzo di quello che sei.

Oggi vedo le foto della piccola chiesa distrutta, accartocciata, sventrata, con la campana rovesciata verso il cielo, come una bocca aperta ad un grido senza fine. Mille anni fa qualcuno aveva legato quei quattro mattoni insieme, lungo il sentiero che lega la mia terra alle pianure romane, che migliaia di uomini e donne hanno percorso nella stagione della mietitura. Ora le pietre giacciono in disordine, le travi spezzate, gli affreschi ridotti in frantumi.

La natura ha brutalmente reciso il filo rosso, sottile, che legava insieme le nostre memorie a quelle dei nostri padri. Quello che sento ora è forse il dolore cupo di chi è lontano dalla sua terra, e sa che la via del ritorno gli è chiusa per sempre. Ma in noi marchigiani al dolore s’accompagna sempre il fuoco d’una determinazione feroce: e vorrei essere lì con voi, ora, ed avere le mani forti e callose di mio padre, il sorriso luminoso dei miei nonni, e la caparbietà delle mie donne, ed aiutarvi a rimettere su pietra su pietra, mattone su mattone.

Il terremoto può sbriciolare pietre e montagne, ma tutti uniti non ci può piegare. E quello che distrugge noi lo rifaremo, come e meglio di prima. E adesso vediamo pure chi la vince!

santa maria in pantano prima

santa maria in pantano dopo