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Distruzione, memoria e riscatto: la reazione al terremoto di un marchigiano emigrato

[I terribili avvenimenti di questi giorni hanno in qualche modo colpito tutti. Di certo, in maniera incomparabilmente maggiore hanno colpito chi ha subito danni materiali, perdendo la casa e i propri beni.
Nei piccoli borghi medievali devastati dal terremoto, in questa fragile terra di mezzo racchiusa tra i monti, sentiamo però che la perdita individuale è anche una perdita collettiva. Quelle case di pietra, quei borghi, quei campanili che disegnano la geografia di questa regione da centinaia di anni sono infatti la parte più viva del patrimonio storico-artistico del nostro Territorio. Proprio perché quei luoghi sono di tutti crediamo che la ferita che si è aperta con questo terremoto la possiamo richiudere soltanto insieme. Per questo motivo, in attesa che l’entità dei danni provocati dal sisma venga valutata, invece di un articolo di analisi, che sarebbe prematuro, diamo spazio alla toccante testimonianza del nostro amico Andrea Claudi in merito al crollo della chiesa di Santa Maria in Pantano, piccolo gioiello romanico situato ai piedi del Vettore. Andrea, ingegnere informatico, vive a Milano da alcuni anni ma è originario di Monsampietro Morico, comune del fermano fortemente colpito dal sisma.
Come lui, siamo convinti che ce la faremo.
]

di Andrea Claudi

A Santa Maria in Pantano sono stato tanti anni fa, arrivando a piedi da Vallegrascia. Di quella giornata ricordo il caldo, la sete, la fatica di salire a piedi per i tornanti di un sentiero ripido, scartando pietre, radici, ghiaia. Ricordo il silenzio del bosco la mattina presto, rotto soltanto dal canto degli uccelli. E ricordo la luce piena all’arrivo nella spianata di fronte alla chiesa, e l’acqua fresca della fontana vicina. Una di quelle giornate che così, senza un motivo preciso, ti rimangono nell’anima e formano un pezzo di quello che sei.

Oggi vedo le foto della piccola chiesa distrutta, accartocciata, sventrata, con la campana rovesciata verso il cielo, come una bocca aperta ad un grido senza fine. Mille anni fa qualcuno aveva legato quei quattro mattoni insieme, lungo il sentiero che lega la mia terra alle pianure romane, che migliaia di uomini e donne hanno percorso nella stagione della mietitura. Ora le pietre giacciono in disordine, le travi spezzate, gli affreschi ridotti in frantumi.

La natura ha brutalmente reciso il filo rosso, sottile, che legava insieme le nostre memorie a quelle dei nostri padri. Quello che sento ora è forse il dolore cupo di chi è lontano dalla sua terra, e sa che la via del ritorno gli è chiusa per sempre. Ma in noi marchigiani al dolore s’accompagna sempre il fuoco d’una determinazione feroce: e vorrei essere lì con voi, ora, ed avere le mani forti e callose di mio padre, il sorriso luminoso dei miei nonni, e la caparbietà delle mie donne, ed aiutarvi a rimettere su pietra su pietra, mattone su mattone.

Il terremoto può sbriciolare pietre e montagne, ma tutti uniti non ci può piegare. E quello che distrugge noi lo rifaremo, come e meglio di prima. E adesso vediamo pure chi la vince!

santa maria in pantano prima

santa maria in pantano dopo

La chiesa della Morte ed i ritrovamenti sotto le logge

A seguito delle recenti notizie dei ritrovamenti archeologici avvenuti durante i lavori di rifacimento della pavimentazione del loggiato comunale, vogliamo dedicare un breve approfondimento per alcune precisazioni di carattere storico e, a seguire, alcune nostre osservazioni sulla vicenda.

La chiesa della Morte

La cosiddetta chiesa della Morte, o meglio di S. Maria del Mercato o di Piazza, occupava l’ultima parte del loggiato comunale e parte dell’area di Piazza Boccolino: si presentava con la facciata volta a oriente e l’abside attaccato alla parete orientale del Palazzo Comunale, cosicché la parete settentrionale della chiesa costituiva una continuazione della via che viene da piazza Rosselli.
La scomparsa della chiesa della Morte dal paesaggio urbano di Osimo è relativamente recente: essa risale, infatti, al momento della costruzione del loggiato, avvenuta nel 1866, che ne comportò la demolizione. Come riferisce il noto storico osimano don Carlo Grillantini nella sua “Storia di Osimo”, «sull’area dell’altare maggiore venne la prosecuzione delle Logge, e l’area rimanente fu selciata per ingrandire piazza Boccolino». Sempre secondo Grillantini la pavimentazione risalirebbe poi al 1933.
Tuttavia, dato che si è parlato di chiesa duecentesca, è opportuno fare alcune precisazioni. Quelle che sono state rinvenute sotto il loggiato dovrebbero essere le fondamenta della chiesa del ‘600, non della duecentesca chiesa di Santa Maria del Mercato che (come dice il Fanciulli negli “Antichi Riti della Cattedrale di Osimo”) stava invece tra la Fontana di Piazza e il Corso e fu demolita nel 1603, proprio dalla Confraternita della Morte. Quest’ultima, nel 1604, fece erigere a proprie spese la nuova chiesa nell’area delle ultime quattro arcate del Loggiato. La nuova chiesa di S. Maria del Mercato o della Morte sporgeva su Piazza Boccolino fino a trovarsi in linea col Vicolo Malagrampa, era di forma rettangolare con sette altari, aveva la facciata con tre porte verso la Piazza e l’Immagine della Madonna di Piazza era dipinta sopra la porta principale (che nel 1866 fu trasportata nel primo altare a sinistra della chiesa di S. Silvestro).

Un disegno della demolita chiesa della Morte

Un disegno della demolita chiesa della Morte

Affresco di S. Maria di Piazza (XVII secolo) ora conservato nella chiesa di S. Silvestro, a seguito della demolizione della chiesa della Morte

Affresco di S. Maria di Piazza (XVII secolo) ora conservato nella chiesa di S. Silvestro

Osservazioni

Attendiamo con trepidazione notizie dalla conferenza stampa che la Soprintendenza rilascerà a breve riguardo i risultati delle indagini sui livelli più antichi, inerenti alla fase romana e alla straordinaria scoperta di una statua femminile. Le informazioni che potranno essere tratte da questi scavi sono di importanza notevole per la conoscenza della storia della città, non essendo mai stata (a nostra conoscenza) l’area forense di Osimo indagata con saggi eseguiti stratigraficamente.

Questa vicenda non fa altro che confermare l’importanza dell’assistenza archeologica in tutti i lavori di scavo eseguiti nel centro storico come in tutte le aree a rischio archeologico.
In attesa di dettagli circa la valorizzazione dei ritrovamenti, una buona notizia è la collaborazione tra Comune e Soprintendenza per sfruttare l’occasione del rifacimento del pavimento del loggiato per indagare la più antica storia di Osimo.
Per quanto riguarda invece la diffusione nella nostra comunità della coscienza del patrimonio storico-archeologico della città, senza dubbio rimane ancora molta strada da fare. Esattamente 150 anni fa abbattevamo la chiesa della Morte e da allora siamo riusciti a “dimenticarla” per poi “riscoprirla” per ben due volte. La seconda “riscoperta” è cronaca di questi giorni, mentre la prima risale al 1955. Riportiamo di seguito un articolo pubblicato da Grillantini su Il Resto del Carlino nel 1955.

Importante rinvenimento archeologico ad Osimo

NEL SOTTOSUOLO DI PIAZZA BOCCOLINO LE FONDAMENTA DI UNA ANTICA CHIESA

I lavori di preparazione del sottofondo per la nuova pavimentazione di Piazza Boccolino vengono portando alla luce tracce di vecchie costruzioni. Tra queste, nei pressi dei Portici, le fondazioni della chiesa della Morte, ivi eretta nel 1604 e demolita nel 1866. Il nome di questa chiesa risveglia tanti ricordi storici che vale la pena di richiamare.
Era detta « della Morte » perché vi aveva sede e ne era proprietaria la Confraternita di questo nome, una Confraternita costituita di nobili, come le toscane Compagnie della Misericordia, e che ebbe fra gli altri iscritti i fratelli Campana (cui si deve il celebre Collegio omonimo) le cui salme giacevano in essa fino a che, al momento della demolizione furono trasferite nella Cappella del Collegio. In quella stessa Chiesa si seppellivano i giustiziati; e l’ultimo fu tale Damiani da’ Castelfidardo, che fu fucilato dagli austriaci il 1° ottobre 1850, quale feritore con arma da taglio di un compagno di gioco. E’ nella memoria dei più vecchi che, quando furono di passaggio le truppe piemontesi che si batterono a Castelfidardo (18 settembre 1860) a uno dei comandanti acquartieratisi nella Chiesa della Morte qualcuno riuscì a sottrarre un bariletto di monete d’argento e d’oro, facendolo scomparire dentro una di quelle stanzette sotto il pavimento che servivano per deporre i cadaveri. Una volta partiti i militari, un industriale bene informato si fece portare a casa quel bariletto da un ignaro operaio, cui — per colmo di sfregio — non diede nemmeno una mancia.
Altro ricordo ancora. Quando, passati alla demolizione, si vennero a scoperchiare le stanzette dei cadaveri, sotto la pietra di una di esse fu trovata seduta sul secondo gradino una donna morta nell’atto di forzare la pietra tombale per venire fuori, e che evidentemente era stata sepolta in stato di morte apparente.
Giova anche ricordare che sulla facciata meridionale di quella Chiesa c’era una bella Madonna affrescata, difesa contro le intemperie da un tettuccio. I nostri avi non ebbero l’animo di sciuparla, ma fatto risecare il muro, l’affresco fu trasferito nel primo altare a sinistra della Chiesa di S. Silvestro, e ivi posto in venerazione; una scritta lì presso ne indica la vecchia collocazione. E’ questa l’Immagine che i nostri padri chiamavano della «Madonna di Piazza» e che come opera d’arte non può dirsi di nessun conto.

Da «Il Resto del Carlino» (1955) – Carlo Grillantini

Bibliografia

Impariamo la lezione, rimaniamo vigili e mettiamoci del nostro: #maipiùexconsorzio

Dopo diversi mesi di inattività, vogliamo tornare ancora una volta sulla questione ex-consorzio, riflettendo sulle cause che hanno concorso a creare questa vicenda ed iniziando a guardare oltre. Riteniamo infatti che sia giunto il momento di imparare la lezione, rimanere vigili ed agire affinchè mai più si ripeta un altro ex-consorzio e gli stessi errori non tornino a danneggiare il nostro Territorio e la nostra Comunità.

Infatti, nonostante la sentenza del TAR, nonostante i passaggi in consiglio comunale e in provincia, mentre stiamo scrivendo il cantiere dell’ex-consorzio deve ancora ripartire e rimane ancora aperta la voragine in via Ungheria. Qualsiasi sarà il destino finale del sito e dei reperti archeologici (ancora fermi presso un magazzino del costruttore), molto tempo dovrà passare prima che la vicenda possa considerarsi conclusa.

Perché dunque questo appello “mai più ex-consorzio”? Perché crediamo che l’ex-consorzio non sia soltanto un fatto isolato e siamo convinti che i motivi che l’hanno causato possono generare nuovi mostri domani.

Per cominciare, non vorremmo tornare a vedere Amministrazioni comunali che fingono di ignorare le comunicazioni della Soprintendenza circa il rischio archeologico della città per poi giustificarsi dichiarando di non essere aggiornate in tema di pubblicazioni scientifiche ([1] [2]): le stesse amministrazioni che autorizzano le cementificazioni previste dal proprio Piano Regolatore e finiscono poi per parlare di atti dovuti piuttosto che di precise scelte politiche. Ci auguriamo che, la prossima volta, tutti gli schieramenti politici che si dichiarano contrari a cementificazioni continuino a portare avanti coerentemente il loro impegno, sin da subito e senza eccezioni.

Ci piacerebbe che il concetto di “rischio archeologico” venga riconoscuto da tutti i professionisti dell’edilizia, e che sia considerato parte integrante del rischio di impresa. Per questo vorremmo sentir parlare di adempimento di obblighi di legge che tutelano il patrimonio archeologico, e non di mecenatismo.

Affinché gli imprenditori siano consapevoli di tali rischi, è importante una collaborazione tra Amministrazione e Soprintendenza (nel caso in questione, ad esempio, le informazioni sul rischio archeologico della zona esistevano da almeno 70 anni, ma non sono state inserite nel Piano Regolatore). Ci piacerebbe quindi una Soprintendenza che, anche grazie al pieno supporto di tutta la comunità, sia capace di non rimanere schiacciata tra interessi politici ed interessi privati.

Ci piacerebbe, infine, che la cittadinanza prenda coscienza del patrimonio storico-archeologico del proprio territorio e che la prossima volta si mobiliti per proteggerlo organizzandosi meglio e soprattutto per tempo. Per quanto possa dispiacere dirlo, è evidente che per l’ex-consorzio molte iniziative sono arrivate tardi e non hanno inciso a sufficienza, in primis la nostra.  Occorre anche essere attenti al modo in cui le vicende ci vengono raccontate, perché questo influisce su come queste vengono percepite e ricordate. Accettare passivamente qualsiasi narrazione ci venga proposta può causare tanti danni quanti la vicenda stessa.

Impariamo dunque la lezione e rimaniamo vigili. Prendiamoci cura di questo territorio affinchè non si ripeta mai più un altro ex consorzio.

Naturalmente ci sono cose che vanno ben oltre quello che un gruppo di persone come il nostro può fare. Ci sono problemi ben più grandi di Osimo, la sua comunità e la sua amministrazione. Questo non significa però che nulla possa essere cambiato. Crediamo al contrario che qualcosa si possa fare e che chiunque abbia a cuore il proprio territorio possa contribuire, ciascuno secondo le proprie possibilità e capacità. Anche noi cercheremo di apportare un contributo e questa sarà l’idea principale che ispirerà una prossima iniziativa che abbiamo in cantiere. Se volete darci una mano, o saperne di più, scriveteci. Noi ci siamo e proveremo a metterci del nostro. Ci auguriamo di non rimanere soli.

#maipiùexconsorzio

[email protected]

Note:

[1] Comunicazione della Soprintendenza al Comune di Osimo (Febbraio 2006)
[2] C. Gobbi, Applicazione pratica al territorio della carta archeologica: il Comune di Osimo (2002)

L’icona del municipio è stata realizzata da Scott de Jonge, e le altre da Freepik. Le icone sono disponibili su www.flaticon.com e sono rilasciate con licenza CC BY 3.0.

Ex-consorzio un anno dopo: #cambiaosimo?

L’abbiamo già scritto in passato: quella dell’ex-consorzio è una vicenda complessa. Temi come urbanismo, sviluppo economico, partecipazione, archeologia, architettura e giustizia si sovrappongono, generando complessità e spesso confusione.

Se un anno fa la vicenda era già complessa di suo, oggi dopo il sequestro del cantiere, le accuse della magistratura, la sentenza del TAR e le istanze di dissequestro, la situazione non è certo migliorata. Oltretutto, recentemente si è tornati a parlare di ricorsi e possibili richieste di risarcimento del costruttore, temi strettamenti giuridici di cui abbiamo preferito non occuparci, tanto per mancanza di competenze nel tema, quanto per la scarsità di informazioni a disposizione. Ci siamo fatti una nostra opinione, basata però su indiscrezioni o informazioni parziali: scrivere un articolo a riguardo sarebbe poco serio oltre che estraneo allo stile con cui abbiamo deciso di gestire il nostro gruppo.

Ci troviamo di fronte ad una situazione terribilmente intricata a cui ammettiamo non sarà facile trovare una soluzione. È bene però ricordare che questo è dovuto ad un’autorizzazione a costruire ed ad un PRG che hanno permesso tutto ciò. Autorizzazioni e PRG che non piovono dal cielo ma che bensì sono figlie di politiche urbanistiche a nostro avviso sbagliate, in cui Partecipazione, Territorio e Comunità sono parole relegate ad un secondo piano; le stesse politiche, si noti bene, applicate spesso anche altrove, in provincia e regione, a livello nazionale ed internazionale.

Ex-consorzio un anno dopo: la situazione archeologica, vecchi dubbi senza risposta e nuove domande

Anche la situazione archeologica è figlia di anni di politiche urbanistiche sbagliate: PRG redatti senza tener conto del rischio archeologico del Territorio, autorizzazioni a costruire rilasciate senza adeguate garanzie archeologiche, hanno generato danni in tutto il territorio italiano. Ritrovarsi con una chiesa paleocristiana nel parcheggio di un centro commerciale sarebbe solo un esempio locale delle possibili conseguenze di tali politiche.

5 torri la scopertaA questo va aggiunta poi la peculiarità con cui l’intera vicenda è stata raccontata nei media dalla giunta comunale allora in carica. In primo luogo il tono da “scoperta”, come se l’intero progetto fosse stato originariamente concepito come uno scavo archeologico e non come un progetto edile autorizzato a muovere cospicue quantità di un terreno notoriamente a rischio archeologico. In secondo luogo, il “mecenatismo” attribuito al costruttore, che invece ha per legge l’onere di tutelare il bene sottoposto a vincolo archeologico. Tutto questo condito da dichiarazioni su sinergie pubblico-privato, a nostro avviso francamente fuori luogo.

Ad ogni modo, dal punto di vista archeologico la situazione è rimasta stabile dal sequestro ad oggi: i resti della chiesa paleocristiana rimangono sotto la tettoia costruita a protezione temporanea e il suo destino, così come quello dei reperti ritrovati durante lo scavo, è tanto incerto almeno quanto quello del cantiere.

vista dettaglio area variante 2 con piantaRimangono intatti e senza risposta i dubbi espressi mesi fa in un nostro articolo circa il progetto di valorizzazione dell’area archeologica. Dubbi a cui bisogna inoltre aggiungere la consapevolezza che se il progetto proseguisse così com’è, con le stesse caratteristiche e la stessa cubatura, i margini di miglioramento sarebbero ben ridotti.
Oltre alla chiesa paleocristiana, è bene ricordare anche i numerosi reperti ritrovati durante lo scavo archeologico: tali reperti attualmente si trovano presso un magazzino di proprietà del costruttore e, se nulla dovesse cambiare, il loro destino è quello di finire in un magazzino della Soprintendenza. Per questo ci domandiamo:

  • L’amministrazione comunale prevede di farsi carico dei reperti ritrovati durante lo scavo archeologico? Senz’altro potrebbe essere trovata una sede temporanea più consona dell’attuale.
  • Sarà possibile organizzare una mostra per esporre alla Cittadinanza quanto rinvenuto?
  • I reperti andranno ad impreziosire la sezione archeologica del Museo Civico della Città?

Oltretutto, vista la generale situazione di incertezza che avvolge l’intera vicenda, ci chiediamo:

  • per quanto tempo ancora la chiesa paleocristiana potrà essere adeguatamente protetta da una tettoia progettata per una situazione temporanea?
  • tra i reperti ritrovati durante lo scavo archeologico c’è anche un muro in opera quadrata (ovvero simile alle mura romane d’Osimo) smontato in attesa di essere rimontato nel centro commerciale. Che ne sarà di questo reperto se il cantiere non dovesse proseguire?

Ex-consorzio un anno dopo: #cambiaosimo?

Un anno fa parlavamo di un’amministrazione comunale sorda all’interesse della cittadinanza verso i ritrovamenti presso l’ex-consorzio. Un anno fa criticavamo un’amministrazione comunale che, anzichè rispondere alla domanda di partecipazione che veniva dalla comunità, preferiva decidere il futuro dell’area senza alcun coinvolgimento pubblico. Un anno fa l’amministrazione, anzichè presentare il progetto di tutela e valorizzazione dell’area in un incontro pubblico, decideva di ignorare l’evento e presentarsi direttamente ai media descrivendo il progetto come la migliore delle soluzioni possibili, nonchè l’unica.

Dopo una campagna elettorale vinta parlando di partecipazione e cambiamento, oggi Osimo ha un nuovo governo. Trarre conclusioni dopo poco più di 100 giorni di attività è ancora affrettato, dibattito ex consorziotuttavia a nostro avviso la vicenda ex-consorzio rappresenterà il banco di prova su cui si misurerà il cambiamento che questa nuova amministrazione vorrà portare.
La situazione è complessa? Ci sono decisioni difficili da prendere? Si inizi, perlomeno, rendendo la Cittadinanza partecipe spiegandole i dettagli. Presentarsi ancora una volta a decisioni già prese ed irrevocabili, perdipiù se davanti media e non di fronte alla cittadinanza, sarebbe solo la prova della continuità con l’amministrazione precendente.

“cambiamento” è una parola tanto ampia quanto, possibilmente, vuota: cambiare persone e parole d’ordine senza cambiare i meccanismi fondamentali con cui si gestiscono vicende complesse ed importanti come quella dell’ex-consorzio, significa cambiare ben poco.

Il PD e Pugnaloni un anno fa decidevano di “abbandonare” la vicenda evitando qualsiasi dichiarazione sul tema. Ora che il PD è maggioranza e Pugnaloni è Sindaco, il silenzio sulla vicenda inizia a farsi sempre più assordante: crediamo che continuare a far finta di nulla significherebbe seguire con la stessa politica della giunta precedente.

Al nuovo sindaco Pugnaloni ed al PD l’onere di dimostrare che #cambiaosimo sia qualcosa di più profondo di un hashtag, di una campagna comunicativa di successo e di una trovata per vincere le elezioni.

Non solo ex-consorzio: #salviamolastoriadiosimo, perchè? Da cosa? Per chi?

Il nostro impegno con #salviamolastoriadiosimo è iniziato ormai 7 mesi fa ed oggi come allora siamo convinti della sua necessità.

In questo articolo vogliamo descrivere le motivazioni che animano la nostra attività, commentando innanzitutto il nostro interesse verso la vicenda ex-consorzio e spiegando poi le ragioni che giustificano un nostro impegno più ampio verso la Storia della città, non limitato alla singola questione ex-consorzio, da cui il nome #salviamolastoriadiosimo.

Ex-consorzio: perchè parlare della vicenda ?

Nel Settembre 2013 la vicenda ex-consorzio era di stretta attualità. Tra le prime indiscrezioni di ritrovamenti archeologici e l’assoluta mancanza di conferme da parte dell’amministrazione comunale, la situazione di incertezza ci ha spinto a scrivere il nostro primo appello, creando la pagina web e la pagina facebook.

colonna doricaLa nostra attenzione è stata evidentemente attirata dall’attualità di una vicenda che ha portato sulla bocca di tutti i temi della Storia e della gestione dei beni culturali. Nei nostri articoli abbiamo cercato di informare e sensibilizzare la cittadinanza su questi temi.

Discutendo le problematiche relative ai ritrovamenti presso l’ex-consorzio, ci siamo però presto ritrovati a parlare non solo della Storia e cultura della città, ma anche di altro: architettura ed urbanistica, interessi pubblici ed interessi privati, partecipazione della cittadinanza e rapporti tra istituzioni e privati. In altre parole, quella dell’ex-consorzio è una vicenda molto complessa che racchiude al suo interno molti argomenti: volendo parlare di Storia e Cultura, necessariamente, si finisce per affrontare anche tutti gli altri temi.
Siamo sempre stati coscenti della complessità della vicenda e dei suoi risvolti più ampi. Senza dubbio, questo è stato un importante stimolo che ha motivato ulteriormente il nostro impegno.

#salviamolastoriadiosimo: perchè?

Osimo, così come molte altre città, sta soffrendo una crisi pesantissima in cui molti hanno difficoltà ad arrivare alla fine del mese. Sembrerebbe quindi futile parlare di Storia.

Tuttavia, anche se le tematiche del nostro gruppo sembrano lontane dai temi impellenti della vita quotidiana, riteniamo che parlando di Storia sia possibile parlare di molti altri aspetti ad essa legati ed altrettanto importanti nella vita di tutti.

PortaMusoneOsimo

Qualcuno dice che in tempi di crisi bisogna fare sacrifici, magari vendendo i gioielli di famiglia. Ma così facendo, presi dall’emergenza, rischiamo di compiere azioni di cui in futuro potremo pentirci e dalle quali non sarà possibile tornare indietro. La Storia e le sue testimonianze, materiali e immateriali, sono gioielli terribilmente fragili e senza prezzo, lasciati in eredità a tutti noi da chi ci ha preceduto. Gioielli che abbiamo il dovere di conservare per chi verrà dopo.

– “Salvare la Storia di Osimo” vuol dire sensibilizzare la cittadinanza sulla sua Storia, cosicché, grazie ad una maggiore consapevolezza, se ne possa garantire una più adeguata tutela e valorizzazione.
– “Salvare la Storia di Osimo” vuol dire contribuire ad alzare la qualità del dibattito cittadino, affrontando temi e problematiche nella loro complessità, con metodo e competenze, evitando semplificazioni.
– “Salvare la Storia di Osimo” vuol dire riappropriarsi della Storia e del territorio della città, percependoli quali beni comuni, sentendosi in diritto di esprimere la propria opinione sulla loro destinazione.
– “Salvare la Storia di Osimo” vuol dire sollevare lo sguardo da un’orizzonte che la crisi ha schiacciato su problemi strettamente quotidiani: quando non si parlerà più di crisi, cosa vogliamo che rimanga della città?
– “Salvare la Storia di Osimo” vuol dire ridefinire priorità, salvare la città e con essa salvare noi stessi.

#salviamolastoriadiosimo: da chi o che cosa?

La Storia di Osimo va salvata da un’idea di progresso a tutti i costi in cui il profitto economico ha la priorità su tutto. L’idea che il profitto possa giustificare qualsiasi cosa ha generato, e continua a generare ogni giorno, conseguenze nefaste nelle vite di tutti: basti pensare alle multinazionali che decidono di delocalizzare la produzione per massimizzare i profitti, nonostante i bilanci in attivo.

fontemagnaLa Storia di Osimo va salvata da un’idea di progresso che gran parte della cittadinanza ha supportato o quantomeno tollerato, ciascuno nelle debite proporzioni. Le politiche, più o meno criticabili, applicate ai territori dalle forze politiche elette nelle amministrazioni locali sono l’espressione di una società in cui Storia, Cultura, Territorio, Paesaggio e Partecipazione sono parole che hanno avuto un valore molto limitato.

In fondo, la Storia di Osimo va salvata da noi stessi.

#salviamolastoriadiosimo: per chi?

La Storia di Osimo va salvata per tutti, nessuno escluso.

Il contributo che il nostro gruppo può apportare è quello di informare e sensibilizzare la cittadinanza. Si tratta di un contributo limitato, ne siamo coscienti, ma evidentemente non può essere un gruppo ristretto di persone a “salvare la Storia” di un’intera città. Noi semplicemente cerchiamo di fare la nostra parte.

In quest’ottica, il nostro gruppo è aperto alla collaborazione con persone ed associazioni che condividano il nostro spirito, tanto accettando contributi esterni, quanto offrendo il nostro contributo a vicende e tematiche affini.logo quadrato
Per quanto riguarda invece le forze politiche, chiunque voglia utilizzare il nostro materiale e le nostre idee o prenderne spunto per darne uno profilo “istituzionale”, ben venga, a patto però di non stravolgere il nostro spirito e di rispettare i nostri diritti, la nostra identità e la nostra autonomia.

Dopo il sequestro, quale futuro per i reperti?

Come è ormai noto a tutti, il cantiere presso l’area dell’ex-consorzio, e con esso gli scavi archeologici, è stato sequestrato dai Carabinieri il 23 gennaio, su mandato della Procura di Ancona. E’ notizia di questi giorni la conferma del provvedimento da parte del Tribunale del riesame, che ha respinto la richiesta di dissequestro.
Subito dopo la sospensione dei lavori il costruttore ha fatto richiesta di poter riaprire il cantiere per mettere cantiere-fossa-chiesain sicurezza i resti archeologici, che si trovavano in una situazione di grave emergenza. Infatti, poco prima del sequestro era stata scavata un’ampia fossa proprio a ridosso delle rovine della chiesa, che in caso di pioggia avrebbe potuto pregiudicare la stabilità dell’intero sito [la foto al lato è stata scattata lo scorso 9 Febbraio].
Così, da lunedì 3 febbraio la Procura ha acconsentito a riaprire il cantiere e in questi giorni gli archeologi hanno sovrainteso i lavori di sistemazione.

Il nostro gruppo ha seguito le vicende di questi scavi fin da settembre, motivati dal desiderio di informare i cittadini di Osimo e dintorni sull’entità dei ritrovamenti archeologici. Pur se la questione attorno all’ex-consorzio ha fin dall’inizio scatenato polemiche a vari livelli (politico, commerciale, legale) gli articoli ed i report che abbiamo scritto si sono sempre concentrati esclusivamente sugli aspetti della tutela, e sulla responsabilità civile nei confronti del patrimonio culturale.
Per questo motivo, a differenza delle forze politiche di Osimo, desideriamo separare le questioni giudiziarie da quelle sullo stato del sito archeologico. Per lo stesso motivo abbiamo preferito aspettare che i facili entusiasmi si smorzassero prima di rendere pubblica la nostra posizione sulla situazione che si è venuta a creare dopo il sequestro.
Non commentiamo i motivi del sequestro: non siamo sufficientemente documentati al riguardo e la magistratura sta facendo il suo lavoro. Oltretutto, ricordiamo che ulteriori sviluppi legali sono previsti per il prossimo 20 di Marzo, giorno in cui è previsto il giudizio del TAR.

Prima considerazione: non c’è niente da festeggiare.

Il sequestro ha bloccato la costruzione del centro commerciale, ma purtroppo anche qualsiasi progetto di valorizzazione dell’area archeologica, introducendo molta incertezza circa il suo destino.
È quindi lecito chiedersi che fine farà la chiesa paleocristiana nel caso il cantiere dovesse essere fermato definitivamente.
La tettoia, che è recentemente stata approntata per proteggere i resti dalle intemperie, è solo una misura provvisoria e in assenza di adeguate opere di restauro e consolidamento, non basterà a salvaguardarne l’integrità a lungo termine.
Vogliamo esprimere qui la nostra estrema preoccupazione per il futuro del sito e chiediamo alle autorità competenti (Procura, Soprintendenza) di chiarire quali misure verranno prese nel caso di un prolungarsi, anche a tempo indeterminato, dei lavori.

Seconda considerazione: questa è un’occasione per ripensare alla valorizzazione del sito.

Nel casvista dettaglio area variante 2 con piantao il progetto di riqualificazione dell’area dovesse ripartire così com’è, il progetto di valorizzazione seguirà la famosa variante approvata lo scorso Ottobre. In un nostro articolo precedente abbiamo già descritto tale variante, tra l’altro documentando in dettaglio varie perplessità a cui è stato risposto con uno scarno comunicato di 45 parole.
Nel caso invece il progetto dovesse essere bloccato definitivamente dalla magistratura, ovviamente occorrerà trovare soluzioni alternative. Non c’è dubbio che anche in un simile scenario non faremo mancare il nostro contributo.

In ogni caso, qualunque sia il destino del cantiere, crediamo ci siano alcuni principi che un piano di valorizzazione del sito archeologico dovrebbe, seguire:

  • al sito dovrebbero essere garantite la massima visibilità e riconoscibilità, così come quanto più ampie possibili dovrebbero esserne l’accessibilità e la fruibilità.
  • il sito dovrebbe diventare un punto per lo sviluppo culturale dei cittadini e per la valorizzazione della città
  • dovrebbe essere redatto un apposito piano per la gestione e la manutenzione del sito
  • il sito dovrebbe essere svincolato da qualsiasi struttura commerciale ipoteticamente presente nell’area ex-consorzio, tanto nella gestione del bene che nella sua promozione

Lungi dal dettare “linee guida”, questi principi vogliono solo essere uno spunto per pensare a cosa significhi “valorizzazione” e quindi alimentare una discussione. Proprio l’incertezza sul futuro dell’area archeologica offre le condizioni ideali per un dibattito sul tema. Se il cantiere ripartirà, quanto discusso potrà evitare che le perplessità di oggi si trasformino nelle polemiche di domani. Se il cantiere non ripartirà, la discussione potrà essere la base di soluzioni alternative e condivise da tutta la cittadinanza.

Terza considerazione: non abbiamo fretta.

Riteniamo una buona notizia la decisione della procura di permettere la messa in sicurezza dei reperti: la loro tutela era senz’altro prioritaria.
Speriamo che la magistratura possa fare chiarezza in tempi ragionevoli. Nel frattempo, ci piacerebbe che il sequestro rappresentasse un’occasione per ripensare con più calma alla valorizzazione: per quanto ci riguarda, noi non abbiamo nessuna fretta di vedere i reperti in un parcheggio.